Tornare a parlare al nostro tempo

di Agostino Giovagnoli

Qual è il futuro della teologia? Una risposta a questa impegnativa domanda è venuta dall’appello dei teologi e delle teologhe «Salviamo la fraternità – Insieme», lanciato nel giugno 2021 e significativamente preceduto da un dibattito organizzato da Cesare Pagazzi su “Oggi e domani: immaginare la teologia” fra tre famosi teologi: Christoph Theobald, Elmar Salmann e Pierangelo Sequeri. Strettamente legata a un’istituzione ecclesiastica in profonda trasformazione; a lungo patrimonio quasi esclusivo di un sistema clericale che si va rarefacendo numericamente e che vede declinare la sua influenza; modellata per molto tempo dal rapporto con un pensiero occidentale che si va scompaginando; attualmente circondata dall’indifferenza di un contesto secolare che non le riserva più neanche la dignità di nemico da combattere, la teologia rischia oggi l’irrilevanza. Non è la fine del mondo ma è la fine di un mondo.

Non è casuale che questa iniziativa sia maturata nell’ambito della Pontificia Accademia per la vita e dell’Istituto Giovanni Paolo II per il matrimonio e la famiglia, entrambi presieduti da monsignor Vincenzo Paglia. Le concezioni — con una forte impostazione patriarcale — che hanno ruotato a lungo intorno alle parole vita e famiglia hanno costituto importanti cardini della società occidentale. Non sono mai mancati, ovviamente, pensieri divergenti e pratiche devianti, ma questa società ha presidiato con molteplici strategie valori e modelli largamente condivisi da cattolici e laici, credenti e non credenti. La teologia, la morale cristiana e il diritto canonico che se ne sono occupati hanno espresso il punto di vista della Chiesa su principi e assetti largamente condivisi anche da altri. Oggi non è più così. Sono infatti evidenti, sottolinea l’appello, «i segni forti della vulnerabilità del sistema», espressione «della cultura e della politica della modernità europea-occidentale: la quale, a sua volta, include una storia degli effetti della cristianità europea-ecclesiale».

In sintonia con quello che Immanuel Wallerstein ha chiamato «sistema-mondo europeo», «sistema-mondo occidentale» o «sistema-mondo moderno», il cattolicesimo post-tridentino — come, in altro modo, quello evangelico e riformato — si è adattato al grande progetto della modernità europea, modellata su rapporti alto-basso e centro-periferia, su un ordine stabile e su regole universali, e via dicendo. Per difendere e trasmettere il depositum fidei in tale contesto, la teologia ha assunto la forma assertiva e sistematica prevalsa per secoli. Oggi però questo sistema-mondo moderno va tramontando in una decostruzione che coinvolge molte posizioni consolidate, comprese quelle sulla vita e la famiglia: il problema riguarda anzitutto la società occidentale, ma scuote anche una Chiesa che per secoli si è legata ad essa. Molti di questi nodi si intrecciano con la questione aperta di un nuovo ruolo delle donne in entrambe.

Più di altri, i teologi e le teologhe della vita e della famiglia hanno percepito il “cambiamento d’epoca” e avvertito l’urgenza di un forte rinnovamento della teologia. Per quest’ultima è oggi forte la tentazione di rincorrere il passato o di restare sostanzialmente ferma impiegando «la maggior parte delle sue risorse nella spiegazione di ciò che il cristianesimo non è», come osservano gli autori dell’appello. Va invece compiuto uno sforzo decisamente construens, partendo dalla consapevolezza che «Gesù “dice Dio” sempre e rigorosamente [nello] “spazio comune” dell’umano» e che «la prossimità umana è sempre una decifrazione del sacro». Lo ha fatto Papa Francesco, che ha “detto Dio” presentando quella dell’ambiente come un’urgenza che accomuna l’intera umanità e svelando il bisogno di fraternità come un tratto caratterizzante dell’umano. Nell’omelia del 27 marzo 2020, in una piazza San Pietro vuota per la pandemia di covid e battuta dalla pioggia, il Papa ha usato parole in cui hanno potuto riconoscersi tutti, credenti e non credenti. Anche sulla famiglia Francesco ha avuto il coraggio di quella «prossimità umana [che] è sempre una decifrazione del sacro».

Oggi, più che mai, serve una teologia “in prima linea” come lo è il magistero di Papa Francesco. Nel XIX e nel XX i teologi hanno spesso indicato la strada da percorrere allontanandosi da un magistero schiacciato su posizioni difensive. In tale contesto, il conflitto fra autorità e libertà ha avuto di frequente un ruolo cruciale. Ma tale conflitto perde di centralità quando a immergersi nelle ferite dell’umanità è il magistero, contrastato in questa scelta evangelica con gli strumenti di una vecchia teologia o con forme diverse di deconsiderazione culturale. Al contrario appaiono urgenti nuove forme di collaborazione tra magistero e teologia, pur nella diversità dei ruoli e con libertà creativa. Sarebbe in particolare auspicabile che i problemi e le intuizioni del magistero bergogliano incontrassero una teologia coraggiosa, capace di esplorare i primi e sviluppare le seconde, senza trascurare altre sfide poste dalla contemporaneità. È il caso anche dell’appassionata insistenza di Francesco sui poveri, che non sembra aver ancora trovato una teologia pienamente all’altezza, in grado non di scrivere un altro capitolo della “dottrina sociale della Chiesa” bensì di mettere pienamente in luce la valenza veritativa dell’incontro con gli anawin. L’appello «Salviamo la fraternità – Insieme», invece, va proprio nella direzione di una teologia che torni a parlare a credenti e non credenti del nostro tempo.

(da L’Osservatore Romano del 17 febbraio 2022)