Risorse per la famiglia, famiglia come risorsa – l’introduzione del Gran Cancelliere

di Vincenzo Paglia 

Sono lieto di salutare a nome mio personale e del Preside, il prof. Pierangelo Sequeri, tutti voi che partecipate a questo seminario e dare il benvenuto alla ministro Bonetti per aver accolto l’invito a parteciparvi. Come sappiamo, da poco è stato approvato il disegno di legge sull’assegno unico e grazie anche lei, onorevole Ministro, possiamo dire che finalmente ci saranno più risorse per le famiglie italiane! E’ una vittoria politica. Ma nello stesso tempo potremmo dire che è anche un atto dovuto di riconoscimento alle famiglie che sono la principale risorsa per il paese. Ed è stato saggio metterle in condizione di esserlo il più possibile. Di qui la ragione del titolo del seminario: “risorse per la famiglia, famiglia come risorsa”.

Permettetemi, prima di proseguire, che dica una parola sul nostro Istituto Teologico che fu creato da San Giovanni Paolo II esattamente quaranta anni fa. Era il 13 maggio del 1981. L’attentato che subì, proprio in quel giorno, non ne permise la comunicazione. Ma da allora l’Istituto si è sviluppato sia nell’irrobustimento della sede centrale che nello sviluppo con altre sedi nel mondo. Oggi, l’Istituto rappresenta un unicum all’interno del mondo accademico per la sua specializzazione sul matrimonio e la famiglia. Con Papa Francesco si è trasformato profondamente e tra le sue direttrici vi è quella di estendere il campo di studi anche alle scienze sociali che si occupano di famiglia. Quindi, assieme all’orizzonte teologico, biblico, etico e antropologico, l’Istituto si impegna a percorrere le discipline relative all’economia, alla sociologia e al diritto di famiglia. In un circolo virtuoso di contaminazione vicendevole tra le diverse scienze. In questo orizzonte, la cattedra di politica ed economia delle istituzioni familiari, ospita oggi questo seminario.

Vorrei aprire questo incontro anche solo con un cenno sulla seconda parte del nostro titolo: “la famiglia come risorsa”. E parto dalla constatazione della forza di coesione che i legami famigliari anno espletato in questo tempo di pandemia. Le famiglie, anche quelle più fragili e provate, hanno sostenuto di fatto la vita quotidiana delle nostre società. Credo sia una lezione da apprendere: senza le famiglie sarebbe stato impossibile resistere al dramma che la pandemia ha rappresentato per il nostro paese e per il mondo intero. Si potrebbe dire che la pandemia ha confermato quel che già sapevamo, anche se non sempre ne abbiamo tratto le conseguenze: la famiglia è la risorsa più importante per la società. A dire il vero lo aveva già detto Cicerone quando definiva la famiglia come principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae. E giova ricordarlo. Dovremmo finalmente comprendere che indebolire la famiglia o lasciarla sola e depotenziata, significa rendere più fragile la società stessa. Urge un sussulto di consapevolezza.

La società globalizzata può trovare un futuro più stabile se e nella misura in cui sarà capace di promuovere una cultura della famiglia ripensata come nesso vitale fra la felicità privata e la felicità pubblica. Tutte le ricerche empiriche mostrano che la famiglia è sempre di più, e non già di meno, il fattore decisivo per il benessere materiale e spirituale delle persone. La famiglia resta un soggetto sociale che ha un proprio complesso di diritti-doveri nella comunità politica e civile in ragione delle mediazioni insostituibili. Quei sistemi politico-sociali che producono beni individuali e sociali senza valorizzare e promuovere le famiglie, magari perché non ne riconoscono le funzioni sociali, sono destinati ad indebolirsi. E’ la mancanza di questa prospettiva, a mio avviso, che spiega il declino della natalità, la solitudine della popolazione anziana, la frammentazione delle famiglie e del tessuto sociale, e in generale una serie di patologie sociali. Oggi c’è bisogno di più famiglia e non già di meno. In una società iper-individualizzata siamo tutti più deboli e più soli. Così pure la società stessa. Deboli sia nelle visioni e nelle passioni e deboli anche economicamente.

L’enorme fatica che tante famiglie incontrano nel condividere un progetto comune che duri per sempre ha, tra le sue motivazioni, anche la tentazione dei singoli membri di pensarsi autosufficienti e di impostare la vita come l’avventura di un “io” che non sa diventare un “noi”. Al contrario, essere membro di una famiglia, significa essere spinti ad un primo e decisivo passaggio dall’io al noi. La famiglia impone una visione di lungo termine e un impegno il cui obiettivo trascende il benessere individuale. Voler costruire una famiglia significa “investire” la propria vita sulla famiglia e il suo sviluppo. E’ senza dubbio una decisione difficile visto che si tratta di una scelta che richiede dedizione, cura, sacrifici, in una parola un progetto comune che vada oltre la singola esistenza. Tutto questo ha un effetto anche nel mondo dell’economia. Una buona famiglia, con relazioni sane e mature fondate sull’amore più autentico, è anche un piccolo soggetto che sa fare “economia”, che sa cioè mettere a frutto nel modo migliore – cioè più economico – le risorse dei singoli membri per il bene di tutta la società. La famiglia produce servizi a favore di se stessa e dei suoi membri. Questo porta a concludere che la famiglia non si limita a consumare. Al contrario, come un normale soggetto economico produttivo, possedendo i medesimi requisiti delle imprese in generale (organizzazione, economicità, professionalità), la famiglia investe le sue risorse per svolgere appieno i suoi compiti.  E’ bene perciò sottolineare che la famiglia rappresenta la “proto impresa”. Non è un caso che la stessa parola economia derivi dal greco οίκία (casa, famiglia) e νόμος (disciplina, gestione), e significa gestione della famiglia. E a me piace ricordare che se il “matrimonio” traballa, forse anche il “patrimonio” viene indebolito.

Insomma, senza il genoma della famiglia la società rischia di perdere le qualità e i poteri propri di quell’organismo vivente che costituisce il fattore primario di umanizzazione delle persone e della vita sociale. E permettetemi di sottolineare un proprium della famiglia che appare in maniera chiara là dove sono presenti persone deboli o disabili. In questi casi le famiglie sviluppano virtù speciali, di capacitazione (empowerment) e di resilienza (resilience), difficilmente reperibili altrove. Il loro impegno nella riabilitazione e nell’inclusione sociale di queste persone in tutte le sfere sociali, dalla scuola al lavoro, significa credere nella possibilità di recupero sociale dei più deboli ed emarginati. In questo tempo di Covid, la crisi della famiglia ha aggravato di molto la terribile strage di anziani. La Commissione del Ministero della Salute del Governo Italiano per la riforma dell’assistenza agli anziani, che mi onoro di presiedere, tocca con mano il rapporto virtuoso che lega anziani, domicilio e famiglia.

Non vado oltre. Credo utile sottolineare l’urgenza di una visione che presieda le politiche familiari: sostenere la formazione delle famiglie. Non basta cioè perseguire scopi generici, seppure nobili e positivi, come ad esempio sostenere l’occupazione, la natalità, le pari opportunità, la lotta contro la povertà e l’inclusione sociale. Occorrono misure specifiche dirette ed esplicite a favore del “fare famiglia”. Insomma, una politica è familiare se mira esplicitamente a sostenere le funzioni sociali e il valore sociale aggiunto della famiglia come tale, in particolare la famiglia come capitale sociale. Non è questa la sede per sviluppare tale prospettiva. Ma come non essere preoccupati che in Italia la percentuale delle famiglie composte da una persona sola raggiunge il 30 per cento? E come non essere pensosi se in Italia continuano a crescere famiglie con un figlio unico? E come non essere preoccupati per la denatalità che porta ad un “inverno demografico”? Troveremo un momento adeguato per una riflessione più ampia su questi temi. Sono lieto ora di poter accogliere le riflessioni sul tema specifico dell’assegno ai figli ringraziando ancora una volta la ministro Bonetti, il professor Matteo Rizzolli e il giornalista di Avvenire che modererà l’incontro.