La famiglia va sostenuta non solo studiata

di Arnaldo Casali

«La famiglia viene trattata dagli accademici a volte solo come oggetto di studio mentre è ricca di risorse: è un barometro delle sfide globali ed è giunto il momento di affrontare i suoi problemi in modo radicale».

Monsignor Philippe Bordeyne, da un mese e mezzo preside del Giovanni Paolo ii , annuncia la nuova sfida del Pontificio Istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, inaugurando l’anno accademico 2021-2022 a quarant’ anni dalla fondazione e proprio nel giorno della festa liturgica del santo Papa Wojtya. Una mattinata di festa, di riflessione e di rinnovato slancio, quella di venerdì 22 ottobre in Laterano, con la partecipazione di tutti i vicepresidi delle sezioni internazionali: dalla Spagna agli Stati Uniti d’America, dal Messico al Benin fino al Brasile, con la sola assenza dell’India, in collegamento però via internet.

Combattere il virus dell’individualismo, di cui il cristianesimo stesso non è immune. Questo l’invito dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, Gran cancelliere, che sottolinea l’importanza di riscoprire il ruolo degli sposi nella Chiesa e nella comunità e stigmatizza la mancanza di una teologia della comunione famigliare, a fronte di un’abbondante letteratura morale sull’unione coniugale: «Papa Francesco ci invita a immaginare una Chiesa “in uscita”, che si riflette nel dinamismo di una famiglia che non è semplicemente costituita da una coppia che si avvolge in sé stessa, ma da una comunità ospitale che abbraccia il mondo».

Parlando delle nuove sfide che attendono l’Istituto, il preside Bordeyne sottolinea come «il Vangelo non cambia, ma siamo noi che lo comprendiamo sempre meglio lungo il cammino che il Signore ci dona di compiere in mezzo alle gioie e ai dolori dell’uomo contemporaneo» ed esorta a seguire l’indicazione del Pontefice «sul fatto che il lavoro accademico sia parte della dinamica ecclesiale di conversione pastorale, con un’attenzione costante alle ferite dell’umanità».

«Abbiamo bisogno di esplorare altri modi di praticare la teologia – continua l’ex direttore dell’Istituto cattolico di Parigi -. Sfortunatamente, accade troppo spesso che quando ritornano al campo pastorale i nostri studenti registrino un divario tra le conoscenze teoriche che hanno acquisito e le competenze pratiche che ci si aspetta da loro nell’accompagnare individui e famiglie di fronte a situazioni complesse».

Invitato a tenere la prolusione il cardinale José Tolentino de Mendonça ha inviato un testo che è stato letto da Milena Santerini, vicepreside dell’Istituto, insieme al marito Agostino Giovagnoli.
«Nella nostra epoca, ossessionata dalla identità e dalle rivendicazioni il cristiano si trova chiamato non a costruire a sua volta la propria identità, magari inclusiva e ospitale, ma sempre autoreferenziale, ma ad essere testimone del primato della relazione sull’identità, della dipendenza sulla potenza, della incompiutezza del sé, aperto a un infinito che lo trascende», spiega il testo del porporato.
«Il cristiano, nell’età della secolarizzazione – aggiunge – non occupa più un “centro'” nella convinzione di poter comprendere e governare il tutto, ma è in cammino, come Abramo, in un viaggio che ha lo scopo di riconoscere Dio là dove, finora, non era percepito».

«Se Francesco ci invita a “sognare in grande” – conclude monsignor Bordeyne, citando il libro-intervista del Papa con Austen Ivereigh – è per combattere l’illusione fallace che dopo la crisi sanitaria, potremo tornare a fare le cose come prima. Perché ciò che questa crisi ha rivelato è proprio la fine di un mondo in cui alcuni potevano conseguire i propri interessi individuali ignorando le esigenze degli altri. Colpiti dallo stesso virus, siamo tutti imbarcati nella stessa avventura, nella quale i poveri sono i più colpiti. L’opportunità offerta dal confinamento e dalla crisi ecologica sta proprio nel loro potere di manifestare che siamo interdipendenti gli uni dagli altri».

(da L’Osservatore Romano del 26 ottobre)