«Se aiutati, si prendono cura di noi»

di Annalisa Caputo

Anche il dono reciproco tra chi assiste e chi è assistito può diventare ‘un cerchio magico’ che diffonde bene in ogni direzione Anche la persona più fragile non è mai solo oggetto di assistenza, ma può diventare soggetto attivo « che sostiene chi sostiene » C’è un’etimologia fantasiosa della parola cura: cor-urat. Non è scientificamente corretta ma è molto bella. Curare è ‘scaldare il cuore’. Purtroppo, questo atteggiamento si è ridotto ad indicare per lo più la prestazione di un servizio, e spesso un’attenzione – magari un po’ pietistica – nei confronti di chi è più fragile e ha più bisogno: malati, bambini, anziani, e ovviamente anche disabili. Ecco, forse, una prima cosa che potremmo fare sarebbe ingaggiare una battaglia contro i sostantivi e rimettere al centro l’unico termine sostanziale: persona. Persona malata, persona fragile, persona con disabilità. E, quindi, se tutti siamo persone, tutti siamo potenziali soggetti di cura e non solo oggetti. Chiunque di noi ha vissuto anche solo un’ora accanto ad un ragazzo con la sindrome di Down o con un ritardo cognitivo, sa che spesso queste persone hanno il cuore più caldo di noi cosiddetti normodotati. Se poi ognuno di noi prova a sostituire ulteriormente il sostantivo ‘persona’ con dei nomi propri (e dei volti unici), allora, per esempio io so bene che Luca, quando sono triste, sa farmi tornare il sorriso. E che Francesca, con le sue attenzioni e le sue carezze, sa prendersi cura di me, anche quando non lo sa (e, anzi, forse proprio per- ché non lo ‘sa’, ma lo ‘vive’).

Insomma, c’è tutto un lavoro che dobbiamo fare: innanzitutto sulle parole, che usiamo con troppa leggerezza, e poi sugli atteggiamenti che inconsciamente viviamo e nascondiamo in quelle parole.

Per esempio, persona, soggetto. Che significa? Mi permetto un riferimento tecnico-filosofico che, nella sua sinteticità, potrà scandalizzare gli esperti e lasciare perplessi i non addetti ai lavori; ma mi pare importante. Già il buon Aristotele ci ha consegnato un’espressione che poi nel mondo moderno si è consolidata: l’uomo come animale razionale. Tralascio le sottolineature di genere (e la donna?) per concentrarmi sul limite fondamentale di questa definizione. Quante cose nella nostra vita facciamo senza ragionarci troppo?

E non sto pensando a pazzie o cose moralmente riprovevoli. Ma anche ad alcune esperienze fondamentali bellissime della nostra esistenza: chi si innamora con la ragione? Chi abbraccia un figlio o un amico grazie alla ragione? E potremmo continuare. Per fortuna il pensiero contemporaneo ormai ci aiuta a capire che i dualismi non funzionano: noi non siamo solo ragione o solo passione; e non siamo nemmeno solo un animale che ‘in più’ ha la razionalità. Altrimenti dovremmo dire che, quando non pensiamo, siamo solo un animale. Mentre mi pare abbastanza evidente che, anche quando vivo semplicemente, senza troppo riflettere, io non sono come la mia (pur meravigliosa) gattina.

D’altra parte, se applicassimo l’idea dell’umano come animale razionale alla disabilità, che cosa succederebbe?

Una persona con forti ritardi mentali, che non ha sviluppato una razionalità cognitiva o astrattiva, sarebbe solo un animale? E un neonato? E quando qualcuno è in stato comatoso? Siamo umani solo quando siamo nel pieno delle nostre forze, possibi-lità, nel pieno della nostra maturità e intelligenza?

Evidentemente la visione di essere umano va ripensata. E, in questo, paradossalmente proprio l’esperienza della disabilità aiuta, può diventare cartina di tornasole.

L’essere umano non è solo un insieme di abilità e capacità. Noi non siamo solo quello che possiamo e sappiamo fare, ma anche tutto quello che non riusciamo a fare. Tutti i nostri limiti e le nostre fragilità. Con questo non voglio perorare la causa di chi dice: siamo tutti disabili o diversamente abili. No. Non è vero che siamo tutti uguali. Certamente Claudia (con un forte ritardo) o Carlo (che, oltre ad avere una forma grave di autismo, è anche bloccato su una sedia a rotelle) non sono ‘come’ me. Non fa bene a nessuno negare che esistano persone più fragili di altre, o con limiti e pesi più grandi. Ma fa bene a tutti ricordare che, se domani mi cadesse un tronco addosso e non fossi più in grado di camminare o di parlare, non per questo non sarei più un essere umano, non sarei più Annalisa.

E sono certa che le persone che mi vogliono bene continuerebbero ad amarmi. Ma, soprattutto, spererei di poter fino alla fine amarle. Amarle io.

Prendermi anche io, in qualche maniera, cura di loro. Sì, perché è Carlo che ha reso Marina una mamma speciale, accogliente, luminosa. Ed è Serena che ha reso ancora più profonda e pensosa Chiara. Ed è Claudia che rende unica la famiglia di Tonia e Pasquale: che ha reso il loro matrimonio bello, e che li rende testimoni gioiosi della forza della vita. In un circolo virtuoso (per tornare alla questione iniziale e concludere). Perché, se è vero che non possiamo e non dobbiamo mai considerare l’umano (e quindi anche le persone con disabilità) solo oggetto di cure, è anche vero che solo un contesto (familiare, sociale, politico, ecclesiale) che supporta le fragilità e le disabilità può consentire a ciascuno di diventare soggetto attivo. Quindi, sì: le persone con disabilità possono prendersi cura di noi, se noi le aiutiamo a vivere il cerchio magico del dono mutuale: io per te, tu per me. Insieme. Nella vita. Nella cura. Cuori scaldati, che scaldano.

Docente di filosofia teoretica e Responsabile regionale Puglia della Catechesi per disabili. D “Avvenire” di domenica 19 settembre.