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  Capitolo 6

Fondamento cristologico della morale

6.1. Cristologia e Pneumatologia nella vita morale

Ad una fondazione cristocentrica della morale si impongono due compiti ineludibili, che sono anche risposte dovute a problemi e a possibili obiezioni nei suoi confronti:
*Innanzi tutto si pone la questione di giustificarne la pretesa di valenza umana universale. In che modo il riferimento non semplicemente esemplare, ma ontologico e fondativo all’Evento storico e singolare di Cristo, permette di salvaguardare l’apertura razionale e universale della esperienza etica ? [punto a)]
*La seconda questione, di natura più spiccatamente etica, riguarda le modalità del passaggio dal fondamento cristocentrico alle determinazioni particolari del giudizio morale. Si è giustamente parlato di un “cristocentrismo inconcludente”, diffuso a livello di fondazione della teologia morale [punto b)].
La figura che corrisponde alle esigenze e alle sfide di un autentico rinnovamento della teologia morale fondamentale è quella di un “
cristocentrismo morale delle virtù”, nel quale il fondamento cristocentrico trova la sua mediazione etica nella categoria delle virtù. Si tratta dunque di capire il nesso tra Cristo e il cristiano dalla prospettiva della ragione pratica all’interno della carità, vedendo come il dinamismo di Cristo è partecipato nel cristiano per opera dello Spirito e influisce decisivamente nel suo agire.
 

a) Per il dono dello Spirito Santo il credente partecipa della stessa sorgente che muoveva e dirigeva Cristo nella sua donazione al Padre ed a noi. Così il cristiano può scoprire, con una luce nuova, il suo bene ultimo nella comunione filiale col Padre nello Spirito, ed interpretare definitivamente i contenuti creaturali della legge naturale:

“E’ lui il Principio che, avendo assunto la natura umana, la illumina definitivamente nei suoi elementi costitutivi e nel suo dinamismo di carità verso Dio e verso il prossimo” (VS 53)

La legge naturale e la legge rivelata dell’antico patto si manifestano come anticipazioni parziali e profezie di quella “legge vivente e personale” che è Cristo. La legge naturale e i comandamenti dell’Antica Alleanza sono originalmente posti nell’“intero” cristico e in esso trovano il loro fondamento e la loro ermeneutica definitiva, in quanto finalizzati alla carità, pienezza della legge (cf. A. Scola, I. Biffi).
La dinamica della carità permette dunque di cogliere il valore permanente delle inclinazioni naturali e nello stesso tempo di trascenderle: L'amore alla
vita è svelato nella prospettiva del dono di sé. L'amore coniugale è colto come segno-sacramento della carità di Dio per l'uomo, di Cristo per la Chiesa, sua Sposa. Viene aperta, nel contempo, la strada nuova di un trascendimento nella vergini­tà per il Regno dei Cieli, che conferma il significato di vocazione al dono sponsale, ma non lo realizza più nel segno terreno della genitalità. La socialità , con la sua regola di giustizia, è trascesa nella carità, che senza negare le esigenze naturali e razionali di equità, le inserisce nella prospettiva superiore della comunione, di cui la Chiesa è anticipo. Infine la ricerca della verità si incontra con la Verità fatta carne. Il dono offerto nella fede non nega la ricerca e le sue esigenze razionali, ma la orienta ad un approfondimento senza fine.

“E’ Gesù stesso il compimento della legge, in quanto egli ne realizza il significato autentico con il dono totale di sé: diventa Lui stesso legge vivente e personale”( VS 15)

Nella singolarità personale di Cristo come compimento di tutto il bene si vede la sua universalità. Appare così una singolare concentrazione cristologica della morale come vita “in Cristo”. Cristo come Principio della morale: causa esemplare e finale (com-predestinazione, creazione in Cristo, redenzione ed elevazione finalizzante a Cristo). L’esistenza umana di Gesù Cristo è la rivelazione perfetta e insuperabile della volontà del Padre: quindi è forma normativa dell’esistenza umana (H.U. von Balthasar). 

b) In secondo luogo, per quanto riguarda la categoria della virtù . Essa offre il presupposto umano e razionale per una morale cristocentrica della carità, che permette di superare un’etica della pura obbligazione e di unire la dimensione naturale e quella soprannaturale.
La modalità di relazione con Cristo nello Spirito è interpretata in maniera più adeguata nella prospettiva delle virtù. A partire dalla carità come amicizia con Cristo, il cristiano assume la forma interiore dell’Amico e partecipa del suo sentire e dei suoi dinamismi operativi grazie allo Spirito. Così lo Spirito è “legge nuova” mediante le virtù.
L’unità organica della vita morale cristiana, centrata sulla virtù della carità e sulla dinamica verso l’unico fine soprannaturale della beatitudine, non annulla il dinamismo proprio delle virtù morali ma lo integra e lo perfeziona nel finalismo della carità. Il primato fontale della carità e delle virtù teologali trasforma, arricchendolo, il significato complessivo dell’organismo virtuoso, coronato dai doni dello Spirito. Nel riferimento a Cristo, entrano anche in gioco nuove virtù, sconosciute alla filosofia classica : l’umiltà, l’obbedienza, il servizio (cf.
Fil 2 e Gv 13) .È attraverso questo perfezionamento e questa trasformazione del dinamismo morale che il cristiano può dare una forma nuova al suo agire, partecipando della comunione trinitaria nella legge della reciprocità ( EV 76). Qui la vita morale del cristiano non è se non la partecipazione all'obbedienza filiale di Cristo.
Il carattere storico e pratico della conoscenza morale risolve le sue aporie proprio all’interno dell’orizzonte della fede, informata dalla carità. In Cristo la ragione pratica del credente è restituita a se stessa, e trova in lui l’ultima ragione della sua universalità e immutabilità (
VS 95).

Con il dono dello Spirito Santo comunicato inizialmente nella risurrezione di Cristo  si inaugura l’escatologia, in una tensione al compimento definitivo oltre questa vita. Nella storia il cristiano non deve aspettare un’altra legge. Nel battesimo riceve in germe le primizie dello Spirito, origine del dinamismo nuovo che si compie nella Eucaristia. La legge di Cristo non è dunque un ideale da realizzare nel futuro, ma una realtà già presente perché infusa nel cuore per la carità.

6.2. La Chiesa, dimora della vita morale

L’amore nuovo, offerto in Cristo nell’amicizia di carità, genera una comunione visibile nel mondo mediante la Chiesa ( VS 25). In questa comunione mediante lo Spirito, Cristo è presente:

“La contemporaneità di Cristo all’uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpo, che è la Chiesa” (VS 25).

Essa è la dimora del soggetto cristiano ( VS 119). La profonda umanità e la straordinaria semplicità della vita morale sono date dal fatto che essa “consiste..., nel seguire Gesù Cristo, nell’abbandonarsi a Lui, nel lasciarsi trasformare dalla sua grazia e rinnovare dalla sua misericordia, che ci raggiungono nella vita di comunione della sua Chiesa” (VS 119). “Chi vuole vivere ha dove vivere, ha ciò di cui vivere. Si avvicini, creda, si lasci incorporare per essere vivificato. Non rifugga dalla compagine delle membra” (Sant’Agostino).
Il riferimento ecclesiologico per la morale non si limita dunque agli elementi istituzionali del Magistero, che si rivolge ai cristiani insegnando precetti morali da osservare, ma si estende ai sacramenti e arriva fino alla vita concreta di comunione, nella quale si forma il soggetto morale cristiano, tramite le virtù morali.
In conclusione: il fine della morale si trova, corrispondentemente al primato del dono, già implicito nel suo inizio, nell’amore del Padre. “
La luce del volto di Dio risplende in tutta la sua bellezza sul volto di Gesù Cristo” ( VS 2). L’amore alla bellezza del Figlio è il motivo della creazione di tutte le cose: da Lui e per Lui tutto il creato è attirato al Padre. È il Figlio, il più bello tra gli uomini, che chiede alla Chiesa una risposta sponsale, principio di tutta la mistica cristiana. Affascinato da questa bellezza il cristiano può vivere a lode della Sua gloria.
 

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