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  Capitolo 4

Un'etica fondata sulla "natura della persona e dei suoi atti"

“Si può ora comprendere il vero significato della legge naturale: esso si riferisce alla natura propria e originale dell’uomo, alla natura della persona umana” (VS 50: cf. Gaudium et spes, 51).

4.1. Persona e natura

La morale riguarda il compimento della persona come persona: la etica è una chiamata alla perfezione, al compimento di sé e non di una legge esteriore. Si tratta del compimento di sé destato nella pienezza di Cristo (cf. VS 8. 83. 85).
Per arrivare a questa pienezza l’uomo deve saper distinguere il bene dal male, per poter compiere il bene. Grazie alla sua ragione, vera luce data da Dio, l’uomo può distinguere naturalmente ciò che è buono da ciò che è cattivo, prestando ascolto alle sue inclinazioni naturali. In questa relazione originaria tra ragione e inclinazioni, radicate nella sua umanità, si trova il fondamento della legge naturale.
La persona ha una natura. Essa è soggetto dei propri atti nell’unità di corpo e di anima. Il corpo è dunque portatore di contenuti morali (
VS 48). La ragione pratica scopre alcune inclinazioni naturali verso dei beni fondamentali per la persona: innanzitutto l'inclinazione a conservar­si in vita , che esprime la bontà dell'essere come tale e che è comune a tutte la creature. In secondo luogo l'inclinazione all' unione sessuale, che, pur essendo comune a tutti gli animali, ha nell'uomo una dimensione specifica e spirituale: è apertura alla comunione con la persona di sesso diverso, in una unione stabile e fedele, orientata alla genera­zione e all'educazione dei figli. In terzo luogo vi è l'inclinazione alla vita sociale, che non è limitata al bisogno che ognuno ha dell'aiuto di altri e del vantaggio materiale che ricava dal vivere in società, ma si estende all'arricchimento e alla dilatazione spirituale che deriva dalla convivenza comunitaria. Infine vi è un'inclinazione specificamente umana alla conoscenza della verità .
L’ordine morale della volontà nel perseguire questi beni scaturisce dal riferimento che la ragione pratica scopre tra queste inclinazioni e il compimento della persona come tale.
A questo livello si pone la relazione, intrinseca alla ragione pratica tra antropologia ed etica, evitando sia il naturalismo, che fa derivare il bene morale dalla dimensione naturale dell’essere umano, sia il formalismo che separa la libertà da ogni riferimento alla natura della persona.
Nel incontro con Cristo la ragione pratica scopre che le inclinazioni naturali sono i primi segni di una vocazione alla carità, scritti come dato originario nell’immagine creaturale dell’uomo.

4.2. Singolarità della vocazione personale

Nondimeno la persona è più della natura comune: essa non è solo esemplare di una specie, che deve realizzare semplicemente l’aspetto universale della sua natura ( VS46-50). La persona ha una chiamata unica e irripetibile, in un rapporto singolare con Dio. Esiste dunque lo spazio per una originale vocazione personale, che si manifesta tramite le circostanze e le contingenze. La vocazione essenziale dell’uomo è la vocazione all’amore come accoglienza dell’altro e dono di sé ( GS 24); per conseguenza, i rapporti interpersonali, che conformano la storia di ogni uomo, hanno un valore morale nel cercare la propria vocazione.
La verità ultima della persona nella traccia dell’affettività si colloca nel dono di sé e nell’accoglienza dell’altro. Così si manifesta tutta la potenza spirituale dell’uomo e l’unità tra morale e spiritualità.

4.3. La persona e i suoi atti

Sono gli atti della persona che configurano la persona stessa. Secondo l’espressione di s. Gregorio di Nissa “mediante i nostri atti, siamo in un certo modo i genitori di noi stessi, creandoci come vogliamo e con la nostra scelta, dandoci la forma che vogliamo”. Mediante l’agire, la persona si autodetermina. Superando ogni dicotomia tra “interiorità soggettiva” della persona ed “esteriorità oggettiva” dell’atto, sulla base della quale alcuni autori hanno proposto la separazione tra “ goodness” e “ rightness”, si tratta di cogliere il cuore della moralità nella scelta dove l’intenzionalità si determina e dove l’agire esterno ha la sua sorgente e la sua ermeneutica.
L’uomo non è fatto per compiere una legge ma per realizzare la sua vocazione personale, nella verità dell’agire.
 

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