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  Capitolo 3

Verso un'etica fondata sulla verità circa il bene

“Alla radice (delle contestazioni al patrimonio morale) sta l’influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto con la verità” (VS 4)

Si tratta di superare il legalismo della manualistica, nella quale la legge morale era percepita come espressione della volontà del legislatore e non come esigenza intrinseca della verità sul bene della persona.

3.1. Il primato della verità come radice della libertà

«Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono» (FR 90). Questo «rapporto libertà e verità diventa sommo e si comprende in pienezza» proprio nell’incontro con Cristo e con la sua parola di salvezza (FR 15). Si stabilisce così un rapporto biunivoco tra libertà e verità : non solo va riconosciuto che non c’è libertà senza verità, ma anche che non c’è verità senza libertà.

“La libertà si radica dunque nella verità dell’uomo ed è finalizzata alla comunione” (VS 86).

3.2. La verità sul bene

La verità di cui qui si parla è la verità «sul bene», anzi, verità sul «bene della persona» : una verità che riguarda quella prassi mediante la quale la persona si realizza come persona. Il bene della persona, in senso propriamente morale, è quello che consiste nel perfezionamento della natura, costitutivamente incompiuta, mediante la libertà : è il bene che dipende solo dalla libera autodeterminazione della persona, un bene pratico.
L’elemento conoscitivo che mira alla verità, è collocato all’interno di una tensione di tutta la persona verso il suo bene in quanto persona. Nella conoscenza di tale verità tutto il soggetto vi è coinvolto in un originale esercizio della sua razionalità.
Dal punto di vista teologico, la verità sul bene dell’azione non può essere dunque colta nella sua conformità esteriore ad un precetto, ma piuttosto nella sua eccellenza, mediante la quale essa anticipa e prepara, meritandola per grazia, la comunione con Dio. Per questo l’etica delle virtù si mostra più conforme alle esigenze di una presentazione scientifica dell’«altissima vocazione dei fedeli in Cristo »
Le virtù non hanno solo un ruolo esecutivo, volto a facilitare il compimento di atti buoni : esse entrano nella stessa costituzione dell’azione eccellente, di cui condeterminano la conoscenza adeguata. Nell’ambito della conoscenza pratica la verità sul bene, soprattutto quando si tratta del bene particolare e concreto, esige una connaturalità virtuosa di tutto il soggetto, una sua predisposizione affettiva e non solo razionale in sintonia con il bene. Se la verità sul bene riguarda precisamente il bene della persona, anche la modalità di accesso ad essa sarà di carattere eminentemente personale : sia nel senso di coinvolgere tutta la persona nel suo riconoscimento, sia nel senso di ricondursi ultimamente alla verità su una singolare vocazione, unica e irripetibile, pur all’interno della comune natura razionale.
Entra qui la problematica del nesso tra antropologia ed etica, in riferimento alla distinzione classica tra esercizio speculativo e pratico della ragione. La riscoperta dell’autentica dimensione pratica della ragione, dimenticata nella morale moderna (E. Anscombe), permette di attuare una riflessione critica sulla cosiddetta “legge di Hume” e di rispondere all’accusa di
naturalistic fallacy, evitando sia la prospettiva razionalistica che, deducendo l’etica dalla metafisica, nega l’originalità della verità sul bene, sia l’irrazionalismo delle impostazioni che, prescindendo da ogni fondazione veritativa, cadono nel volontarismo o nell’emotivismo.

3.3. I momenti della ragione pratica

La conoscenza morale, che ha come oggetto la «verità sul bene», si distingue sia dalla conoscenza puramente speculativa (che riguarda l’essere), sia da quella tecnica (che riguarda il fare e non l’ agire). Ma tale esercizio della razionalità pratica si articola al suo interno in due momenti : una dimensione diretta, che culmina nella virtù della prudenza , e una dimensione indiretta, che si configura come scienza etica.
Il primo tipo di conoscenza è quello che si realizza nel soggetto virtuoso, teso all’esecuzione di azioni umane eccellenti : egli, inserito in una comunità e in una tradizione vivente, educato dalle virtù e reso intimamente connaturale al bene, è capace di giudicare nel particolare concreto quale sia la condotta adeguata alle molteplici e cangianti circostanze nelle quali è posto.
Invece la scienza etica riguarda il filosofo e si pone come una riflessione di secondo grado sull’esercizio della razionalità pratica. La scienza etica elabora conclusioni universali a partire dai principi della legge naturale e da una valutazione dell’esperienza morale.
Per questo la ragione pratica ha la sua perfezione in una forma di sapere che non è scientifico: la
prudenza , la quale sola può conoscere ciò che è contingente, precisamente nella sua contin­genza e particolarità. Essa è la virtù che, perfezionando la ragione pratica, le consente di cogliere ciò che è buono in concreto, superando le carenze della scienza.
Se la prudenza è la perfezione della ragione pratica, essa si realizza concretamente per il cristiano nella dimensione nuova del suo essere «in Cristo», mediante la fede, la speranza e la carità. Solo la carità consente l'orientamento dell'uomo verso il suo vero fine ultimo, che è condizione perché la prudenza possa esercitarsi: secondo
Fil 1, 9-11, la capacità di discernimento è una dilata­zione della carità. Questo influsso della carità nella prudenza avviene attraverso i doni dello Spirito Santo.
 

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