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Capitolo 2

Verso un'etica della vita buona, delle virtù e dell'agire eccellente

2.1. Il formarsi dell’ideale di vita

L’esperienza dell’incontro personale rivela all’uomo un ideale di pienezza nella comunione delle persone, che, per la sua intrinseca bellezza, lo attrae e ne plasma le aspirazioni e le inclinazioni. Così l’uomo può formarsi un ideale di vita buona che dia una figura determinata e degna alla felicità (G. Abbà, R. Spaemann). Questa determinazione dell’ideale di vita culmina nella scelta dell’amato, sul quale si fissa l’intenzionalità.

2.2. Le virtù e la vita buona

La comunione come ideale riguarda la totalità di ciò che è l’uomo: corpore et anima unus;include quindi l’intero dinamismo umano e divino. La carità, mediante un impulso superiore di amicizia verso Dio, informa di sé alla ragione e plasma mediante le virtù tutta l’affettività umana, conferendole un pienezza nuova.
La dinamica morale non ha come oggetto atti isolati e singole scelte, ma piuttosto la forma della vita intesa come un tutto e, pertanto, ordinata secondo i fini e i beni che caratterizzano essenzialmente l'ideale di una vita buona. Di qui la necessità dell’integrazione dei dinamismi istintivi e affettivi nella luce della verità sul bene della persona. Da questa conformazione nasce l’energia per inventare, dirigere e produrre atti capaci di realizzare nel concreto l’ideale promesso: nascono le virtù. Una vera morale dell’amore è anche una morale delle virtù come viene delineato nella prospettiva di San Tommaso.

2.3. L'agire eccellente e la beatitudine

Le azioni umane sono, dunque, realizzazioni di un ideale, perché ci permettono di entrare in comunione con l’altro (intenzione) mediante la scelta di beni operabili (elezione), conformi alla verità sul bene della persona.
La morale cristiana si configura dunque come una morale dell'agire eccellente, cioè di azioni che esprimono l'altezza della vocazione alla carità ed anticipano nella storia la pienezza della comunione con Dio e con i fratelli.
Tale prospettiva coglie l’azione come “azione intenzionale di base” (M. Rhonheimer): essa si distingue quindi tanto dal materialismo oggettivistico, che guarda all’aspetto fisico ed esteriore dell’atto, quanto dal soggettivismo, che non distingue “ciò che viene fatto” dalle ulteriori intenzioni per cui è fatto.
Si supera così il punto di vista dell’etica moderna delle norme, cioè il punto di vista dell’osservatore esterno proprio di “un’etica della terza persona”, in cui l’atto è considerato solo come un evento che accade ed ha delle conseguenze. Va ritrovato il punto di vista dell’etica classica delle virtù, cioè il punto di vista del soggetto agente, proprio d’“un’etica di prima persona”, in cui l’atto è inteso come una scelta che comporta un'auto-determinazione (cfr.
VS 71)

2.4. L’oggetto della morale e la vita buona

Va quindi ridefinito in modo più ampio e comprensivo l’oggetto della morale: non è kantianamente solo “che cosa devo fare?”, ma “chi voglio essere?”, e, per conseguenza, “come devo vivere per realizzare la comunione nell’amore?”. L’oggetto della morale è la vita buona, intesa nella nuova prospettiva comunionale, e non solo la regolazione degli atti esterni mediante la legge. La morale è un cammino verso la perfezione e non solo un minimo da osservare (cf. VS 17).
All’interno di questa prospettiva, può e deve essere integrata la tematica della giustizia nei rapporti con gli altri, tipica della filosofia morale “moderna” (cf. J. Raz)

“L’amore e la vita secondo il Vangelo non possono essere pensati prima di tutto nella forma di precetto” (VS 23).

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